Si sa troppo poco del combustibile fuso all’interno dei reattori danneggiati della centrale nucleare di Fukushima, anche un decennio dopo il disastro, per dire se il suo smantellamento potrà terminare entro il 2051 come previsto. È quanto ha detto venerdì scorso Christophe Xerri, capo del Team AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’energia nucleare dell’ONU, che esamina i progressi nella bonifica dell’impianto.
Onestamente parlando, non lo so, e non so se qualcuno lo sa
Christophe Xerri, AIEA
Fukushima: servono più studi, e prima possibile.
Il team AIEA ha esortato il Giappone ad accelerare gli studi sui reattori per ottenere una migliore comprensione a lungo termine del processo di smantellamento della centrale di Fukushima.
Un forte terremoto e uno tsunami nel marzo 2011 hanno distrutto i sistemi di raffreddamento dell’impianto nel nord-est del Giappone, provocando la fusione di tre reattori nel peggior disastro nucleare dall’incidente di Chernobyl del 1986. I funzionari del governo e dei servizi pubblici giapponesi sperano di terminare la disattivazione entro 30 anni, mentre per alcuni esperti la stima è eccessivamente ottimistica.
La sfida più grande è rimuovere e gestire i detriti di combustibile altamente radioattivo dai tre reattori danneggiati, dice Xerri. “C’è bisogno di raccogliere maggiori informazioni sulla gestione del combustibile fuso e sullo stoccaggio per sapere se il piano può essere completato come previsto nei prossimi 30 anni”, ha detto ai giornalisti.
È il quinto report AIEA su Fukushima
L’incertezza delle stime può dipendere in parte dall’ultima revisione del team dell’AIEA, la quinta dopo il disastro. Causa coronavirus, la revisione è stata condotta principalmente online. Solo Xerri e un altro membro del team hanno visitato fisicamente l’impianto prima di compilare e inviare un rapporto al governo giapponese.
Nel rapporto, il team nota progressi in diversi settori rispetto alla sua ultima revisione nel 2018. Tra questi, la rimozione del combustibile esaurito da un pool di stoccaggio in uno dei reattori danneggiati. Non solo: anche la decisione di iniziare a scaricare nell’oceano, dal 2023, enormi quantità di acqua (ancora radioattiva!) immagazzinata nell’impianto.
Non esistono ancora tecnologie per la bonifica
La bonifica di Fukushima è una questione di futuro, letteralmente. C’è più comprensione di ciò che è accaduto, certo. Su altre cose invece serve uno scatto: servono risorse economiche per cercare e sviluppare le nuove tecnologie per bonificare Fukushima. Attualmente non sono pronte, e le stime parlando di uno o due decenni.
Avete letto bene: tra 10 o 20 anni avremo la tecnologia per smantellare, poi dovranno iniziare a farlo. Si tratta davvero di una visione di lungo termine, e allo stato attuale si brancola nel buio. I funzionari governativi e l’operatore dell’impianto, Tokyo Electric Power Company Holdings, non hanno fornito un quadro chiaro nemmeno di come apparirà l’impianto al termine della bonifica.
Ad aprile, il Giappone ha annunciato che inizierà a rilasciare in mare grandi quantità di acqua trattata ma ancora radioattiva che si è accumulata nell’impianto dopo l’incidente. La TEPCO ha annunciato mercoledì un piano per rilasciare l’acqua al largo attraverso un tunnel sotterraneo dopo averla ulteriormente trattata per ridurre i materiali radioattivi ai livelli consentiti.