C’era una volta un buon lavoro. Un lavoro sicuro. Uno di quei lavori che ti davano abbastanza per vivere, anche abbastanza per mantenere una famiglia.
Quando arrivava il momento, poi, dopo tanto lavoro c’erano anche pensioni che permettevano di riposare, e vivere dignitosamente gli anni che restavano.
Ma c’era un problema.
Questo buon lavoro non era per tutti. Era per lo più per uomini bianchi, e per lo più in certi luoghi, come una fabbrica o un ufficio.
Per tutti gli altri, c’era un lavoro che rendeva di meno, con meno benefici o nessun beneficio. E nel tempo c’è sempre stato meno lavoro buono, e c’è sempre stato meno compenso.
Da metà anni ’40 circa, tutti sono stati incoraggiati a cercare nel loro lavoro tutte le necessità della vita: un salario di sussistenza, benefici pensionistici, affermazione, prestigio, identità. Il senso della vita, forse. Benefici che il lavoro non ha mai dato davvero, non ha mai dato a tutti e sono diventati sempre più rari.
E poi è arrivata la Peste.
La pandemia ha peggiorato ulteriormente le cose. Milioni di lavoratori in prima linea sono diventati eroi per caso, anzi per forza. Hanno rischiato la vita facendo un lavoro che spesso offriva loro poco più di un salario da fame.
Anche per coloro che hanno potuto restare nella relativa sicurezza delle loro case, la pandemia ha tolto al lavoro la gioia, il cameratismo, l’equilibrio. Secondo un sondaggio del 2020, il 40% dei lavoratori (la maggior parte dei quali in smartworking) riferisce di aver sperimentato il burnout durante la pandemia.
Il problema, posso assicurartelo perché l’ho vissuto sulla mia pelle, è stato ancora peggiore per genitori con figli in casa, specie per le madri lavoratrici. In tanti hanno pagato un prezzo altissimo, anche con esaurimento e depressione.
La pandemia è stata anche un punto di svolta
Il Covid ha fatto anche altro, forse un piccolo miracolo tra tanta sofferenza. Molti lavoratori hanno rivalutato il proprio lavoro di fronte a nuovi pericoli e hanno dovuto, voluto rivedere le loro priorità. La pandemia ha portato a un numero record di persone che hanno lasciano il loro lavoro (intendo volontariamente).
In Italia e nel mondo sono tanti quelli che vogliono cambiare vita. Un fenomeno che sta portando datori di lavoro e responsabili politici a ripensare al lavoro e al modo in cui domina i nostri giorni.
Penso che questo evento abbia cambiato tutto. Per sempre, radicalmente. Come trasformerà il mondo?
Avremo (probabilmente) sempre un lavoro, ma il lavoro come fulcro della vita potrebbe essere in via di estinzione.
Il lavoro come ragione di vita sparirà.
Negli ultimi 70 anni circa, almeno in Occidente i lavori di vendita al dettaglio, ospitalità e altri servizi sono proliferati mentre il lavoro manifatturiero e altri che un tempo fornivano lavori ben pagati con benefici si sono ridotti.
Questo è uno dei motivi per cui i salari sono rimasti stagnanti e il potere d’acquisto dei lavoratori si è ridotto progressivamente.
In una certa misura, la crisi odierna del lavoro è dovuta a questa enorme espansione del settore dei servizi. Un settore che non era coperto dal tipo di regolamenti, sindacati o norme sociali che una volta garantivano il lavoro.
Il lavoro è diventato brutto da morire.
Anche altri fattori si sono combinati per peggiorare i posti di lavoro. Gli orari si sono allungati, perché sempre più lavoratori sono rientrati in schemi “atipici”, specie quelli del settore digitale.
L’aumento della “programmazione just-in-time” ha reso il settore al dettaglio e dei servizi sempre più imprevedibile, trasferendo questa incertezza anche nella vita dei lavoratori.
Gli stessi lavori sono diventati meno piacevoli. Il commercio, ad esempio, si è spostato verso un maggiore self-service per il cliente e si è allontanato dal tipo di modello qualificato. In sintesi? Meno opportunità di interagire con i clienti, e più enfasi sul mantenere meccanicamente le persone in movimento all’interno di un negozio,
Il colpo di grazia
Come detto, la diffusione del Covid-19 ha reso il lavoro ancora più difficile per enormi fasce di lavoratori. Mentre alcuni lavoratori in prima linea, come i medici, sono ben pagati, molti altri hanno dovuto fare i conti con una paga bassa e la mancanza di tutele.
In generale, il Covid ha messo in discussione la nostra relazione psicologica ed emotiva con il lavoro.
Il lavoro è stato a lungo uno sbocco sociale: sono nate più nuove amicizie attraverso il lavoro che in qualsiasi altro ambiente, inclusa la scuola e altri contesti sociali. La pandemia ha messo fine alle chiacchiere da bar e alle battute in sala relax, rendendo i lavori molto più essenziali e orientati ad un obiettivo puramente produttivo.
Vivere per lavorare o lavorare per vivere?
L’idea che dobbiamo sgobbare come criceti in una ruota per guadagnarci le necessità della vita risale forse alla Riforma protestante del XVI secolo. Pensatori da Benjamin Franklin a Karl Marx hanno proposto varie versioni dell’idea che “il lavoro dà significato alla vita”.
La fine del XX e l’inizio del XXI secolo hanno estremizzato questa idea. Le persone hanno iniziato a mettere la carriera sempre più in alto tra le loro priorità nella vita.
Oggi sono tanti quelli che mettono in discussione il ruolo smisurato che il lavoro svolge nelle loro vite.
Milioni di persone hanno lasciato la loro occupazione negli ultimi mesi, spesso alla ricerca di alternative più sicure, meno stressanti o entrambe le cose. La parentesi pandemica ha offerto un motivo importante di riflessione.
Anche i datori di lavoro fronteggiano un cambio di paradigma
La pandemia ha mostrato non solo ai lavoratori, ma pure a molti datori di lavoro che sono possibili grandi cambiamenti nel modo in cui lavoriamo. Che si tratti di lavorare da casa o di prendersi del tempo libero a metà giornata per prendersi cura di un bambino.
Anche se alcuni di questi cambiamenti non sono necessariamente ideali, il punto è che un lavoro non deve essere una routine rigida e divorante che sbilancia tutto il resto della vita.
La pandemia ha dimostrato che le aziende possono sopravvivere e fare bene se si soddisfano in misura ragionevole le esigenze del personale.
Migliorare il lavoro significa dare più potere ai lavoratori
In sostanza, l’ultimo anno e mezzo ha dimostrato a tutti che molti lavori sono terribili e che non devono esserlo. Che succederà adesso?
Le risposte sono tante. Come minimo, dicono molti, è ora di migliorare il lavoro. A partire dal salario. Va adeguato al costo della vita. Chi lavora a tempo pieno non può guadagnare cifre insufficienti ad una vita dignitosa.
Il dibattito sul reddito minimo non è omogeneo tra i vari paesi e manca una misura universale. Una misura che tenga conto anche di miglioramenti come flessibilità negli orari e ferie retribuite.
Lavoro fufuro: meno tempo, più tempo
Prima domanda: è davvero indispensabile stare tutti in un posto dalle 9 alle 17 (o più), cinque giorni alla settimana?
Seconda domanda: il lavoro deve davvero occupare 40 ore della nostra settimana?
Un recente esperimento con settimane lavorative più brevi in Islanda è stato un grande successo. Ne ha parlato tutto il mondo, e aziende come Kickstarter stanno ora provando l’idea.
Un’idea figlia dei tempi, che farà strada. Quella dei millennial sarà la prima generazione a ribaltare il rapporto tra “vivere per lavorare” e “lavorare per vivere”.
Verso benefici universali?
Terza domanda: è davvero necessario che così tanti aspetti della nostra vita siano legati al nostro lavoro?
Un’assistenza sanitaria universale ed equa, un sistema pensionistico universale ed equo, un reddito di base universale potrebbero liberare le persone dalla tirannia del lavoro.
Con benefici universali, non legati al lavoro, i lavoratori possono fare scelte migliori. È quanto successo in qualche misura con i sussidi dati in pandemia, o negli Stati che hanno adottato misure di welfare come il reddito di cittadinanza.
Aiuti come questi hanno reso un po’ più facile per i lavoratori disoccupati resistere a lavori poco retribuiti e con pessime condizioni. Li ha resi meno vulnerabili allo sfruttamento.
Aumentare e allargare il reddito di base
Alcuni esperti propongono cambiamenti ancora più grandi per separare i posti di lavoro dai bisogni più elementari.
Cambiamenti, peraltro, che non avrebbero lo scopo di porre fine ai posti di lavoro. La gente lavorerebbe ancora (alcune ricerche mostrano peraltro che fornire alle persone un reddito di base aumenta effettivamente l’occupazione). Ma avrebbe più potere di chiedere condizioni eque o di lasciare un lavoro abusivo e trovarne uno migliore perché avrebbe una rete di sicurezza di fondo.
Superare le resistenze
Un tale piano, o uno qualsiasi dei numerosi altri approcci per separare i nostri mezzi di sussistenza di base dal lavoro salariato, incontra sicuramente l’opposizione politica, poiché richiede probabilmente significativi aumenti delle tasse. Richiede anche di cambiare una convinzione fondamentale: che dovremmo guadagnarci le necessità di base della vita attraverso il nostro lavoro.
Eppure l’idea che effettivamente guadagniamo il nostro reddito è già stata smascherata come una frode: basta guardare il fatto che l’amministratore delegato medio guadagna quasi 300 volte lo stipendio medio dei lavoratori lo scorso anno, un divario che sta solo crescendo.
Se possiamo staccare il reddito dal lavoro (ed è quello che è successo nel mercato del lavoro) perché non farlo ovunque?
Per ora, sembra una favola: l’idea che in futuro potremo tutti scegliere di lavorare o non lavorare in base ai nostri desideri, anziché alla minaccia della fame.