La coscienza è forse il più intricato rompicapo mai posto alla scienza: come può la soggettività emergere dalla materia del cervello? Il “problema difficile” continua a sfidare la ricerca di neuroscienziati e filosofi, ma le principali teorie in campo e i progressi tecnologici fanno intravedere almeno un percorso.
Comprendere l’origine della coscienza significa capire come le attività cerebrali di percezione, apprendimento e decision making diano vita al flusso soggettivo dell’esperienza cosciente. In un paper del 1995 il filosofo David Chalmers lo definì “problema difficile”, e forse neanche lui immaginava quanto lo fosse. Un cammino che intreccia scienza e filosofia. Bene. A che punto siamo di questo cammino?
Le principali teorie a confronto
Sappiate che questo è un articolo divulgativo per un sito, Futuro Prossimo, che ha lo scopo dichiarato di accendere la curiosità nella ricerca. Noi non siamo enciclopedici: forniamo un set di informazioni e fonti più complete per andare ad approfondirle. Perché ve lo scrivo? Perché i “puristi” delle neuroscienze non pensino che questo è un bignami. Questo è un punto di partenza e orientamento tra le teorie più accreditate.
Non crucciatevi se per semplicità ne cito giusto due: la “classica”, nata negli anni ’80, Global Workspace Theory (GWT), proposta dagli scienziati cognitivi Bernard Baars e Stan Franklin. Questa teoria vede la coscienza come un “sottoprodotto” dell’elaborazione delle informazioni che guida i comportamenti.
Altra teoria influente, dal 2004, è la Integrated Information Theory (IIT), la Teoria dell’informazione integrata di Giulio Tononi, neuroscienziato italiano che lavora negli USA. Secondo questa teoria, la coscienza emerge quando le informazioni sono sufficientemente integrate, indipendentemente dal sistema.
Gli studi si concentrano sui cosiddetti “correlati neurali”, i pattern cerebrali associati a stati coscienti specifici, per identificare potenziali “firme” che identifichino l’emergere della consapevolezza. E, a parte la ricerca?
Tecnologie sempre più all’avanguardia, la ricerca prosegue
Nel 1998 il neuroscienziato Christof Koch scommise con il filosofo David Chalmers che entro 25 anni la scienza avrebbe trovato chiari correlati neurali. Ha perso la scommessa, e l’ha anche pagata: con una cassa di vino Porto. Nel 2023 i dati ottenuti con risonanza magnetica funzionale (fMRI) e elettrodi neurali non sono stati ritenuti risolutivi. Siamo andati avanti, stiamo studiando impianti neurali e percorsi che ci permetteranno di “recuperare” sempre più persone dal coma. Alcuni, tra cui proprio Chalmers, ora co-direttore del Center for Mind, Brain and Consciousness della New York University, stanno addirittura sondando la connessione tra coscienza e meccanica quantistica. Ma non è ancora abbastanza.
Koch ha ammesso la sconfitta, ma ha anche rilanciato la scommessa per altri 25 anni, confidando nei progressi tecnologici. Se ne riparla il 2048?
Nì. La verità è che anche individuando entro i prossimi 25 anni i correlati neurali, spiegare come nasca la coscienza dalla materia resta una sfida immensa. L’interdisciplinarità e le nuove generazioni di ricercatori fanno ben sperare in nuovi passi avanti. La soluzione del rompicapo però mi sembra ancora un orizzonte lontano. Figurarsi il dibattito sull’intelligenza artificiale “senziente”.