Piccoli, morbidi e teneri amici dell’uomo, i gatti sono anche dei formidabili superpredatori. Ce lo conferma una recente analisi che elenca oltre 2000 animali diversi già abbattuti dai mici randagi in giro per il pianeta. Tra questi, almeno 347 specie sono classificate come minacciate dall’uomo e 11 risultano addirittura estinte in natura. Numeri impressionanti che sottolineano come la diffusione globale dei gatti possa avere conseguenze catastrofiche per gli ecosistemi.
La lista nera dei gatti
I ricercatori hanno passato in rassegna oltre 500 fonti scientifiche per creare il più grande database ad oggi sulle abitudini predatorie dei gatti. Il risultato? Una lista spaventosa di oltre 2000 specie di uccelli, mammiferi, rettili e insetti divorati dai mici in libertà. Si va dalle prede più comuni come topi, uccelli e conigli fino a vittime più insolite come testuggini, emù e perfino bovini domestici.
Incrociando i dati con la Lista Rossa IUCN delle specie minacciate, è emerso che almeno 347 delle prede registrate sono classificate come “quasi minacciate”, “vulnerabili” o addirittura “in via di estinzione”. In molti casi si tratta di uccelli, rettili e piccoli mammiferi endemici di isole remote, che in presenza di predatori naturali simili ai gatti risultano indifesi e condannati alla mattanza.
L’impatto su specie già estinte
Come detto, ben 11 specie predate dai gatti figurano oggi come “estinte in natura” o completamente “estinte”. Tra queste il corvo hawaiiano, la quaglia della Nuova Zelanda e il coniglio topo dai piedi bianchi dell’Australia. Segno tangibile di come i mici randagi possano portare all’annientamento di fauna locale unica.
Se vi riprendete dalla sensazione di stare leggendo una notizia totalmente assurda (ci siamo passati a nostra volta) rilanciamo: la portata del fenomeno è addirittura sottostimata. Come spiega il primo autore della ricerca Christopher Lepczyk, i gatti predano molte più specie di quelle documentate. Ad esempio, la predazione di insetti è certamente maggiore di quella registrata (119 specie), dato che i resti di insetti nei rigurgiti felini sono più difficili da identificare.
Sud America, Asia e Africa: gap da colmare
Sempre a scopo di ricerca, la maggior parte degli studi analizzati e condensati in un paper su Nature Communications (ve lo linko qui) si è concentrata su Nord America e Australia. Serve quindi più ricerca per valutare la portata della “cat-astrofe” in Sud America, Asia e Africa, dove potrebbero nascondersi miriadi di specie a rischio.
Ad ogni modo, già così i dati disponibili dipingono i gatti come “predatori straordinariamente versatili”, capaci di decimare la biodiversità autoctona laddove si diffondano, avverte Sarah Legge dell’Università Charles Darwin. E le estinzioni sono inevitabili se non si interviene.
Gatti “mangiatutto”: cosa si può fare?
La soluzione c’è ed è a portata di mano. Come sottolinea Lepczyk, basta impedire ai gatti domestici di vagare liberamente distruggendo ecosistemi fragili. Insomma, i proprietari devono essere più responsabili nel controllo e gestione dei loro animali.
Serve poi sensibilizzazione, perché spesso le persone (compreso, evidentemente, io) sottovalutano la natura predatoria del simpatico micetto che gli fa compagnia. Fondamentale infine potenziare ricerca e monitoraggio, per colmare le lacune su dove e quali specie native sono maggiormente a rischio. Solo così si potranno attuare le misure più adeguate per proteggere la biodiversità.
In gioco infatti non c’è solo il destino di specie rare ed esotiche, ma quello di interi ecosistemi che rischiano il collasso. Proprio come accaduto innumerevoli volte nella storia del pianeta per colpa di predatori invasivi fuori controllo. Stavolta però il predatore invasivo è il nostro complice peloso preferito.