Siete lí a casa vostra a controllare le luci di casa vostra senza toccare un interruttore, fare telefonate e impostare timer semplicemente parlando con un dispositivo. Niente di nuovo, giusto? Dopotutto chiunque può avere un assistente vocale in casa. Solo che farlo nel 1983 è una bella anticipazione: per cui o venite dal futuro, o siete i “fortunati” possessori di un Mastervoice, un’invenzione che anticipò molte delle funzionalità che oggi diamo per scontate.
C’erano un mago e un programmatore…
La storia del Butler In A Box inizia con un inventore, visionario e (letteralmente) mago, tale Gus Searcy. Nel settembre 1983, Searcy e il programmatore ex IBM Franz Kavan si misero al lavoro su un computer che potesse combinare la tecnologia del telecomando con la potenza di calcolo. Come? Ricevendo e trasmettendo comandi attraverso la voce. E, una volta programmato, eseguire varie attività domestiche come accendere e spegnere luci, televisori, condizionatori d’aria e altro.
Lo realizzarono, e lo chiamarono “Sidney”. In realtà era appena nato il Mastervoice, per gli amici “Butler In A Box”: il primo assistente vocale della Storia.
Un “maggiordomo in scatola”
Questo assistente vocale ante litteram non si limitava ad accendere e spegnere le luci senza usare un interruttore (anche se poteva persino impostare zone in singole stanze se le luci erano collegate a moduli di controllo remoto). Poteva anche fare e ricevere chiamate telefoniche, impostare timer e poteva essere abbinato a sensori che fungevano da allarmi di sicurezza.
Tutto questo veniva attivato da una parola di risveglio, che in questo caso poteva essere un nome da maggiordomo tradizionale come Godfrey o Hobson. Il dispositivo, a sua volta, chiamava l’utente “capo”, con il classico zelo del sottoposto.
Proprio come Alexa, Siri o qualsiasi assistente vocale di oggi. O quasi.
Certo, il Mastervoice non era esattamente come i dispositivi intelligenti che abbiamo ora. Non era collegato a Internet, ad esempio. Quindi niente streaming audio, anche se poteva essere configurato per accendere una radio. I nuovi utenti dovevano “addestrare” il dispositivo a riconoscere il modo in cui pronunciavano parole chiave come “luce” o “telefono”.
E, se volete conoscere uno dei motivi per cui fallì, sappiate che oggi possiamo acquistare un assistente vocale anche per 20 euro. Un Mastervoice, invece, costava quasi 1.500 dollari dell’epoca. Sarebbero circa 3.500 euro di ogni. Capito il messaggio, Apple Vision Pro?
Un passo avanti verso la casa intelligente
Nonostante le dimensioni non proprio mini, il prezzo elevato e le limitazioni tecnologiche dell’epoca, il Mastervoice fu un grande passo avanti nel rendere le case più intelligenti e nello sviluppo di tecnologie che potessero aiutare le persone con disabilità a vivere in modo più indipendente.
Insomma, un maggiordomo così high-tech non si sarebbe più visto per altri 13 anni fino al 1996, quando venne lanciato Ask Jeeves. Un’altra storia, magari ne riparleremo.
Nel mentre, la prossima volta che parlate con il vostro assistente vocale ricordatevi di questo aggeggio grosso come una Playstation 5 e pieno di aspettative, più avanti dei suoi tempi. Se c’è una cosa che la storia della tecnologia ci insegna, è che il futuro arriva sempre prima di quanto pensiamo. Solo, come dice quel tale, spesso “è distribuito male”.