Forse. No. Decisamente! Chissà… Se queste sono le vostre risposte quando vi chiedono se siete persone introverse o estroverse, potreste appartenere a una terza categoria: gli ambiversi. Quelli che stanno nel mezzo, attingendo il meglio da entrambi i mondi. Come è fatta questa affascinante sfumatura di personalità? Cosa distingue davvero introversi ed estroversi (spoiler: non è la timidezza), e quali vantaggi ha un ambiverso in certe situazioni? Diamo uno sguardo alle teorie scientifiche più recenti.
Introversi, estroversi e… il resto di noi
Partiamo sfatando qualche mito. Essere introversi non significa necessariamente essere timidi o asociali. Ci sono introversi super socievoli, così come ci sono estroversi con l’ansia sociale. La vera differenza? Sta in quanta stimolazione sociale riusciamo a gestire prima di aver bisogno di ricaricare le batterie.
Vi riconoscete subito come introversi se vi ritrovate a programmare momenti di solitudine tra un evento sociale e l’altro. Potreste essere l’anima della festa un giorno, ma non sarete pronti a replicare finché non avrete avuto un po’ di tempo per decomprimere. Non è che non vi piaccia passare il tempo con amici e persone care: semplicemente, finite la benzina prima degli altri. Ovviamente, se siete introversi che preferiscono evitare la compagnia il più possibile, anche questo è contemplato.
Al contrario, gli estroversi tendono a sentire che la loro “batteria sociale” si ricarica, non si scarica, stando con gli altri. Potreste quasi sentire di “nutrirvi” dell’energia altrui, e potrebbe non piacervi affatto stare da soli. Perché ci sono queste differenze?
Il possibile ruolo della dopamina
Una teoria spesso citata per spiegare questa differenza è la cosiddetta “ipotesi della dopamina”. La dopamina è chiamata spesso (in modo incompleto e semplicistico) la “molecola del piacere”. Tra le sue tante funzioni nel cervello c’è il suo ruolo nel percorso di ricompensa. Alcune ricerche hanno suggerito che le persone con punteggi più alti di estroversione sono più sensibili alle ricompense mediate dalla dopamina. Altre ricerche, invece, restano più prudenti.
Come per altri tratti della personalità, è probabile che l’estroversione e l’estroversione derivino da una complessa interazione tra fattori genetici e ambientali. E poi ci sono le sfumature: vi sorprende se vi dico che si tratta della “maggioranza silensiosa” di noi?
Il vantaggio di essere ambiverso
Quando si tratta della dicotomia tra estroversione e introversione, molte persone si collocano da qualche parte nel mezzo di questi due estremi. Per questo l’ambiverso può prosperare, e infatti lo fa (dopotutto “in Medio stat virtus”, no?).
In un articolo che ormai ha oltre 10 anni (2013) lo psicologo Adam Grant ha offerto una prospettiva sui vantaggi di un tipo ambiverso di personalità, ad esempio nel lavoro di venditore. A prima vista, i lavori di vendita sembrano il sogno di un estroverso, ma la ricerca di Grant ha portato a una conclusione diversa. Uno studio su 340 dipendenti di call center ha scoperto che chi si trovava verso il centro della scala estroversione-introversione aveva le prestazioni di vendita più alte, grazie a una maggiore flessibilità nel gestire diverse interazioni con i clienti.
Questo è caratteristico di ciò che il termine “ambiverso” significa per la maggior parte delle persone: potete essere più estroversi quando l’occasione lo richiede, e poi passare a essere più introversi in altri momenti.
Chi di voi è ambiverso?
Ancora non siete sicuri se rientrate nella casistica? Dopo la ricerca di Grant, Forbes ha pubblicato un pratico elenco di nove segnali che potreste essere anche voi degli ambiversi, tra cui cose come: “Essere al centro dell’attenzione è divertente per me, ma non mi piace che duri troppo a lungo”. Anche l’autore Daniel H. Pink, che scrive sul comportamento umano nel mondo del lavoro, ha un quiz online che potete fare e che afferma di valutare i vostri livelli di estroversione (nota dell’autore: dopo essermi fortemente identificato come estroverso in adolescenza e sociopatico per tutta la mia vita adulta, il mio risultato è stato “ambiverso”, quindi scusatemi mentre vado a ripensare alcune cose).
E se volessi diventarlo? Ci sono vantaggi e svantaggi in qualsiasi punto vi troviate nella gamma introverso-ambiverso-estroverso. Nessuna personalità è “migliore” dell’altra, si tratta più di imparare a giocare sui propri punti di forza. Ma se proprio, proprio volete fare dei cambiamenti, alcune ricerche suggeriscono che è possibile (un pochino, almeno). Uno studio del 2019 ha scoperto che le persone possono intenzionalmente “agire” in modo più introverso o estroverso, e che questo può portare a cambiamenti nei livelli di benessere ed emozioni positive, a seconda del contesto. Quindi, anche se potreste non essere in grado di riscrivere completamente la vostra personalità, avete più margine di manovra di quanto pensiate per adattarvi a diverse situazioni.
Abbracciate la vostra ambiversità
Che siate introversi, estroversi o “qualcosa lì in mezzo”, l’importante è conoscere e accettare sé stessi. Non lo dico perchè lo sarei: essere un ambiverso potrebbe presentare leggeri vantaggi in termini di flessibilità sociale, ma ogni tipo di personalità ha i suoi punti di forza unici. Se fate parte del club, ad ogni modo, godetevi le facce confuse di chi non ha mai sentito parlare di questo affascinante terzo tipo di personalità. E ditegli che, in fondo, la vita è troppo breve per farsi incasellare in categorie rigide. Specie se si può avere il meglio dei due mondi, quello di introversione ed estroversione. Due è meglio di uno, direbbe un giovane Stefano Accorsi (che secondo me è un ambiverso).